Disoccupati e rabbiosi

Condividiamo in seguito l’articolo del nostro segretario Gianfranco Cavalli comparso sul giornale LaRegione del 4 novembre 2020 in risposta all’articolo “Rabbia e aggressività tra i disoccupati” comparso sullo stesso giornale 2 giorni prima.

 

Nell’articolo “Rabbia e aggressività tra i disoccupati” comparso il lunedì 2 novembre su laRegione manca una voce essenziale al momento di parlare del fenomeno: quella delle lavoratrici e dei lavoratori.

Nonostante ciò dalla descrizione dell’articolo i diretti interessati vengono dipinte come persone aggressive senza chiare ragioni, che faticano a dimostrare di fare sforzi per rientrare nel mondo del lavoro e che devono comunque finalmente adattarsi a reintegrare ambiti lavorativi nei quali non vengono richieste “competenze particolari”.

Ora, si tace però, che dalla creazione degli URC e dalle ultime riforme dell’assicurazione sulla disoccupazione sono state introdotte tutta una serie di penalità e di misure che mettono la persona privata d’impiego come unico responsabile della sua situazione.

Questa individualizzazione delle responsabilità, che ben s’inserisce nella filosofia mercantilista contemporanea, è l’unica causa dietro a delle situazioni di disperazione e di rabbia da parte delle persone senza lavoro.

Non si parla nemmeno del fatto che la presenza o meno di posti di lavoro dipende unicamente da fattori economici e nell’attuale sistema è un tabù intervenire sulle aziende, libere di chiedere sempre di più e offrire sempre di meno e di far ricadere tutte le colpe sull’anello più debole del sistema: le lavoratrici e i lavoratori.

In tutto ciò gli URC non sono innocenti, seppure nell’articolo venga ammessa la precarizzazione nel mondo del lavoro, non viene detto che sono gli stessi URC che delegano oggigiorno la ricerca d’impiego alle agenzie interinali. Sono comuni i casi di persone che una volta iscritte agli URC si rifiutano di entrare nel sistema schiavista di queste agenzie, ma ricevono comunque chiamate da parte loro poiché segnalate dal loro consulente.

Inoltre la tanto osannata “collaborazione con le aziende”, che avviene spesso attraverso i piani occupazionali, non è altro che l’offerta di manodopera disoccupata e gratuita alle aziende per un tempo determinato, durante il quale gli iscritti agli URC devono continuare a mandare delle candidature pur lavorando a tempo pieno.

Sono d’accordo, la violenza negli URC c’è, ma è perpetuata dal sistema messo in piede per colpevolizzare i disoccupati per la loro situazione e soprattutto da quei padroni che privano quotidianamente le persone del loro sacrosanto diritto al lavoro.