Occorre… occorre cambiare, si chiama Femminicidio!

La parola “femminicidio” suona male ma serve. Indica una categoria ben precisa di omicidio, quello doloso o preterintenzionale di una donna, un delitto di genere.

Femminicidio comprende l’uxoricidio, uccisione della moglie o della convivente, la violenza domestica o il potere decisionale del padre o di fratelli sulla vita della figlia o sorella. E’ una parola nuova, entrata nel lessico di ogni giorno che ci ricorda donne uccise dai fidanzati, mariti, spasimanti, vittime di qualcosa che gli assassini si ostinano spesso a chiamare onore e amore, un amore che li fa credere talmente onnipotenti da arrivare a togliere la vita a un’altra persona.

E le donne vengono uccise ovunque: non vi è un paese dove questo non accade. E non vi sono classi sociali o titolo di studio che fanno la differenza: il fatto è trasversale.

La violenza contro le donne è globalizzata e si perpetua come struttura portante, attraverso generazioni e risponde all’ossatura della disuguaglianza della società patriarcale. Le regole sociali incarnano ancora l’esigenza di confermare un sistema dove le donne sono considerate con valore inferiore. Basti pensare alle disparità salariali.

La violenza sulle donne è tra le violazioni dei diritti umani più diffuse al mondo e uccide più del tabacco. Le donne sono uccise da coloro che le considerano proprietà personale su cui esercitare controllo e potere. Questi uomini, scoprendo di non essere più amati e obbediti si sentono feriti nel loro intimo e orgoglio e arrivano persino all’assassinio.

E’ successo da noi, domenica pomeriggio a Giubiasco. Non si può restare in silenzio di fronte a questo dramma perché un femminicidio non è solo una questione di rapporto privato terminato male o la sbandata di un uomo ma rappresenta un problema di politica pubblica. Le istituzioni hanno una grande responsabilità perché – è necessario ripeterlo – la violenza e l’uccisione delle donne sono una questione politica, anzi di una politica urgente.

Il bisogno di creare nuovi posti di accoglienza di donne maltrattate, di fare prevenzione, di creare sportelli dove rivolgersi è evidente. Purtroppo queste richieste restano poco ascoltate o non lo sono del tutto. Inoltre, nome del bilancio pubblico, si fanno tagli là dove si fa già fatica ad accogliere e rispondere ai bisogni. E anche questo è realtà in ogni angolo del Mondo e quindi anche da noi, in Ticino.

Occorre che la maggioranza dei nostri legislativi non chiuda più gli occhi di fronte a quanto succede.

Occorre al più presto promuovere in ogni luogo e ad ogni livello una nuova cultura di relazione tra donna e uomo. Occorre favorire e non ostacolare, come avviene purtroppo da più parti, un’educazione sessuale nelle scuole di ogni ordine e grado, come indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

In altre parole, occorre assumere la responsabilità politica di voler cambiare lo stato delle cose, cancellare la cultura della violenza. Poco importa se la maggioranza di chi governa è uomo perché la dinamica tra i sessi deve essere urgentemente modificata nel profondo dell’animo collettivo. E’ importante che chi ci governa ascolti le voci delle donne che il 14 giugno dell’anno scorso hanno colorato le piazze di viola.

 

Sonja Crivelli