Cosa ci insegna la pandemia in termini di salute pubblica

Questa pandemia, che ci concerne ancora, ha provocato un affanno sociale importante: ci ha messi di fronte alla nostra fragilità biologica. Da ormai – diverse settimane, la morte – la nostra morte? – si manifesta tutti i giorni. Le autorità non hanno avuto altri strumenti che mettere l’economia “in pausa” e, in un modo o nell’altro, di proporre il confinamento della popolazione.

E’ importante cogliere, in modo chiaro, che questo Covid-19 che si burla, a priori, delle classi sociali (è per questo che ci fa così paura!) non ci è stato portato dai richiedenti d’asilo che stanno tentando di fuggire dalla guerra in Medio-Oriente oppure da coloro che, non vedendo alcun futuro sono pronti ad intraprendere un viaggio pericoloso attraverso l’Africa, ben consapevoli del maggior rischio che corrono di morire nel Mare Mediterraneo. No, è stato veicolato dai grandi commessi degli Stati o dai quadri delle multinazionali (e dai turisti del Primo mondo) che hanno trasformato un’epidemia presente in Cina in pandemia. E’ questa una prima lezione da imparare. Il metodo di produzione globalizzato, imposto dal sistema neoliberale, non solamente crea da noi disoccupazione ma delocalizzando là dove il costo del lavoro è meno caro e la protezione sociale dei lavoratori e del clima, spesso inesistenti, è anche la fonte possibile di un rischio sanitario importante per noi.

E si comincia a misurare oggi la crisi sanitaria ed economica che ne consegue.

Questa pandemia ha fatto fatica ad essere riconosciuta come tale e la sua gravità è stata sottovalutata dall’OMS e in seguito dai governi, gli uni dopo gli altri: ci ha colti “come di sorpresa”.

Infatti, è una seconda lezione che dobbiamo trarre da questa crisi, dobbiamo ammettere che poche persone credevano che una pandemia virale potesse realmente toccare il mondo intero. Non si è veramente imparato nulla dalla pandemia del H1N1 del 2009 perché, per fortuna, si era avverata meno grave e un vaccino è stato rapidamente disponibile. Da allora si è vissuto nell’arroganza tipica della nostra società di consumo, pensando che questo fosse riservato agli altri, quelli del Terzo Mondo, vittime ricorrenti dell’epidemia di morbillo, di meningite, di Ebola o di denutrizione pesante in particolare nell’Africa subsahariana, per non citare che alcuni esempi. Negli ultimi 50 anni, nei nostri paesi, si è maggiormente pensato alla salute pubblica come legata a comportamenti sociali o peggio ancora individuali, sui quali erano mirate le campagne di promozione della salute e della prevenzione. E’ d’altronde impressionante sottolineare, ed è forse la terza lezione, che la salute pubblica (rappresentata in Svizzera dall’OFSP), come organo che assicura una buona salute per tutti sia sempre stata negletta dalla maggioranza politica del nostro paese. Ancora recentemente, quest’ultima ha rifiutato di definire un quadro federale legale chiaro per la salute pubblica sostenendo che ciò sarebbe fonte di impedimento alla libertà individuale.

Si sono sempre più privilegiate le cure piuttosto che preoccuparsi di preservare la salute (d’altronde si parla di salute come di un mercato, per inciso molto redditizio per alcuni).

Questa crisi del Covid-19 ha inoltre messo in evidenza la nostra dipendenza in materia di equipaggiamenti sanitari come la scarsità delle riserve in Svizzera (e in Europa in generale) per fare fronte a una crisi acuta, ed è la quarta lezione di questa pandemia. L’80% dei medicamenti proviene dalla Cina o dall’India ma pure le mascherine chirurgiche e i camici di protezione o ancora il gel hydro-alcoolico sono fabbricati all’estero, in nome della redditività (per le imprese multinazionali). C’è un’aria di panico, ma vista la capacità, alcune imprese europee o persino sul suolo svizzero hanno potuto creare materiale di protezione sanitario. La situazione è diversa per le medicine. Tuttavia, questa situazione era nota. Da alcuni anni i farmacisti e i medici, ma anche i servizi dell’OFSP hanno avvisato le autorità le quali non hanno reagito. Le lobby farmaceutiche hanno così potuto continuare a incamerare profitti, senza preoccuparsi delle carenze ricorrenti di vaccini per bambini e medicine essenziali, dedicandosi maggiormente al mercato lucrativo degli anti-cancerogeni di nuova generazione e venduti a prezzi esorbitanti.

Un altro elemento importante della pandemia è la visione del sistema della salute: ancora criticato alcuni mesi fa (e glorificato attualmente!), fonte di costi da tenere controllati secondo la filosofia del management se non addirittura rimpiazzati dalla tecnologia. Si predicava un trasferimento delle spese sui pazienti-consumatori, una volontà di ridurre i letti d’ospedale ( che si sono ridimensionati della metà in una decina di anni) e la glorificazione degli interventi ambulatoriali. Lo choc della pandemia è stato retto in modi diversi in Europa. Si riscopre comunque che il sistema regge grazie al personale curante, empatico e consapevole del proprio ruolo importante. In Svizzera, i tagli per la salute sono stati meno drastici che nei paesi vicini. Forse per questo ce la stiamo cavando meglio?

Ma occorre ammettere che unicamente il settore pubblico e parapubblico possono gestire adeguatamente una simile crisi, ed è la quinta lezione. Il settore privato può assecondare solo sussidiariamente. E si vede come i paesi europei che hanno ridotto maggiormente i servizi di cura al pubblico sono quelli che hanno maggior fatica a gestire questa crisi e dove la popolazione ha pagato il tributo più pesante (Francia, Spagna, Italia). E anche là, i segnali erano chiari come testimoniano gli scioperi nel settore delle urgenze mediche in Francia che hanno costellato tutto l’anno 2019.

In conclusione, questa pandemia mette l’accentosu certe disfunzioni che noi non smettiamo mai di denunciare da ormai molti anni:

  • il nostro mondo globalizzato e il modo di produzione e di consumo imposto dal neo-liberismo non minano unicamente il nostro pianeta e la salute dei lavoratori ma fanno correre un rischio sanitario globale: è giunta l’ora di porre dei limiti;
  • questa pandemia deve renderci umili e rimettere l’umano al suo posto nel pianeta… e forse, per una volta, i paesi africani (e quelli del Sud globalmente), quelli che hanno meno legami con il mondo globalizzato, se ne usciranno meglio. Ma è troppo presto per essere sicuri. Ma questo potrebbe essere un insegnamento importante;
  • è importante rafforzare l’Ufficio federale della salute pubblica (come d’altronde i Ministeri dei nostri paesi vicini) in modo da meglio orientare il Consiglio federale sulle priorità della salute, in termini di promozioni, di prevenzione e non unicamente di cure;
  • occorre rafforzare i luoghi di cura pubblici arrestando la corsa al minor costo ma focalizzando le spese sulle cure più appropriate. La medicina privata stazionaria e ambulatoriale deve essere meglio inquadrata per rispondere agli stessi imperativi. Occorre eleminare la logica di mercato nella sanità;
  • appare imperativo controllare meglio la ricerca medica e trovare un modo di rilocalizzare la produzione dei medicamenti in ogni continente. Sarebbe giudizioso tassare i benefici delle multinazionali (e/o i dividendi dei loro azionisti) all’80% come fonte di finanziamento per uscire dalla crisi economica che hanno indirettamente provocato. E’ quanto è stato fatto alla fine della guerra del ’39-’45 in Europa e negli Stati Uniti e, durante tutti gli anni del periodo di espansione economica e senza recessione;
  • si potrebbe riflettere al fatto che le multinazionali farmaceutiche siano obbligate a versare una parte dei loro guadagni per la ricerca medica fondamentale, fatta nelle nostre università, senza diritto di interferire nei programmi di studio.

Bernard Borel, 20 aprile ‘20